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Stile di vita

La produttività non cresce spremendo le persone — Prima le persone, poi il resto

Più le macchine diventano brave a fare il lavoro delle macchine, meno ha senso chiedere agli esseri umani di comportarsi come macchine. Una riflessione su produttività, benessere e intelligenza artificiale.

13 Settembre 2026 10 min di lettura di Fabio Gelmetti

Benessere, lavoro umano e intelligenza artificiale: perché il futuro non si costruisce chiedendo agli esseri umani di funzionare come macchine.

Ci sono giornate di lavoro in cui sembra che tutto debba essere fatto di corsa. Una cosa finisce e ne comincia subito un’altra, il pranzo diventa qualcosa da infilare tra due impegni e persino fermarsi qualche minuto può dare la sensazione di stare perdendo tempo.

Non serve immaginare un’azienda cattiva e un lavoratore vittima. Spesso nessuno ha deciso consapevolmente di creare quel ritmo. Semplicemente, nel tempo, abbiamo cominciato a confondere la produttività con la quantità di cose che riusciamo a far entrare in una giornata.

Eppure una domanda dovremmo farcela: stiamo davvero ottenendo il meglio dalle persone oppure stiamo soltanto chiedendo loro di correre più forte?

Un’azienda deve produrre risultati

Partiamo da una cosa semplice: un’azienda deve funzionare. Deve produrre risultati, servire i clienti, sostenere i costi, rispettare gli impegni e possibilmente crescere. Senza risultati, prima o poi vengono messi in discussione anche i posti di lavoro.

Quindi non c’è nulla di sbagliato nel cercare produttività ed efficienza. Il punto è capire come ottenerle senza consumare proprio la risorsa dalla quale continuiamo ad aspettarci quei risultati: le persone.

Possiamo aumentare un ritmo per un periodo, chiedere uno sforzo in più quando serve e affrontare momenti particolarmente intensi. Il problema nasce quando l’emergenza diventa normalità e ogni miglioramento viene misurato soltanto attraverso una domanda: quanto altro possiamo farci stare dentro?

Più ore non significano automaticamente più valore

Su questo non abbiamo soltanto impressioni. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha analizzato il rapporto tra orari, organizzazione del lavoro e produttività, osservando che orari molto lunghi sono generalmente associati a una produttività più bassa per ora lavorata.

Non significa che lavorare meno faccia automaticamente produrre di più. Significa che il rapporto tra tempo e risultato non cresce all’infinito in linea retta. Aggiungere ore e pressione non equivale necessariamente ad aggiungere valore.

Anche la salute entra nell’equazione. WHO e ILO hanno collegato gli orari di lavoro molto lunghi a un aumento del rischio di problemi cardiovascolari. Quando parliamo di organizzazione del lavoro, quindi, non stiamo parlando soltanto di numeri su un foglio Excel.

Stiamo parlando anche di esseri umani che devono sostenere quei ritmi giorno dopo giorno.

La pressione ha un costo che non vediamo subito

Una revisione dell’OECD sulla qualità dell’ambiente lavorativo ha trovato evidenze solide di una relazione negativa tra stress lavorativo elevato e produttività durante il lavoro. Nello stesso quadro entrano elementi come autonomia, supporto, possibilità di imparare e qualità dell’organizzazione.

La cosa interessante è che questi aspetti vengono spesso considerati quasi un’aggiunta: prima facciamo funzionare il lavoro e poi, se possibile, ci occupiamo del benessere delle persone.

Forse dovremmo capovolgere il ragionamento.

Se una persona deve decidere, accorgersi di un problema, ascoltare un cliente, trovare una soluzione o assumersi una responsabilità, il suo stato non è qualcosa di separato dal risultato. È una delle condizioni che permettono di ottenere quel risultato.

Il benessere non comincia quando finisce il lavoro

Qui arriviamo a qualcosa che mi interessa particolarmente.

Quando parliamo di benessere pensiamo facilmente a cosa mangiamo, quanto ci muoviamo, come dormiamo e quali abitudini riusciamo a mantenere. Tutto giusto. Ma poi passiamo una parte enorme delle nostre giornate lavorando.

Se mangiamo sempre di corsa, rimaniamo seduti per ore, saltiamo continuamente le pause e arriviamo a sera senza più energia per muoverci o occuparci di noi, non possiamo considerare il lavoro come se fosse fuori dall’equazione.

Il benessere non dovrebbe essere soltanto quello che proviamo a recuperare nelle poche ore rimaste.

Non possiamo organizzare giornate che consumano completamente le persone e poi chiamare “benessere” tutto quello che chiediamo loro di fare per recuperare.

Non è un invito a trasformare le aziende in centri benessere. È semplicemente riconoscere che il modo in cui lavoriamo fa parte del modo in cui viviamo.

E adesso c’è l’intelligenza artificiale

È qui che il discorso diventa ancora più interessante.

L’intelligenza artificiale generativa è già entrata in moltissimi lavori. Può riassumere documenti, analizzare informazioni, produrre testi, classificare dati, cercare schemi, preparare bozze e velocizzare attività che fino a poco tempo fa richiedevano molto più tempo.

Non sappiamo ancora dove ci porterà tutto questo. E diffiderei sia delle profezie catastrofiche sia di quelle entusiaste che pretendono di raccontarci oggi come lavoreremo tra vent’anni.

Qualcosa, però, possiamo già osservarlo.

L’ILO stima che circa un lavoratore su quattro nel mondo si trovi in un’occupazione con qualche grado di esposizione alla GenAI. Ma sottolinea anche una distinzione fondamentale: allo stato attuale è più probabile che molti lavori vengano trasformati piuttosto che completamente eliminati.

Quindi la domanda più interessante forse non è: quali lavori farà sparire l’AI?

È: come cambierà il lavoro delle persone che continueranno a lavorare insieme all’AI?

Non trasformiamo le persone in AI lente

Immaginiamo un’attività che prima richiedeva due ore e che, grazie a un nuovo strumento, può essere svolta in una.

Abbiamo liberato un’ora.

Possiamo utilizzarla per dedicare più attenzione a un cliente, controllare meglio il lavoro, imparare qualcosa, affrontare un problema complesso oppure svolgere un’altra attività che produce realmente valore.

Oppure possiamo semplicemente dire: “Perfetto. Adesso fanne due.”

E alla successiva automazione magari ne chiederemo tre.

È qui che rischiamo un paradosso enorme: utilizzare una tecnologia completamente nuova per accelerare un modello di lavoro vecchio.

Se vuoi competere con l’intelligenza artificiale spremendo le persone, hai già sbagliato strategia.

Le macchine sono molto brave a fare le macchine

Velocità, ripetizione, elaborazione di grandi quantità di informazioni e molte attività standardizzabili sono esattamente i territori nei quali la tecnologia continuerà probabilmente a diventare sempre più forte.

Cercare di rendere gli esseri umani competitivi su quello stesso terreno significa utilizzare male entrambe le risorse.

Le ricerche dell’OECD sulle competenze nell’era dell’AI indicano infatti una crescente importanza di capacità come problem solving, pensiero critico, giudizio, creatività, comunicazione e collaborazione quando le parti più semplici o ripetitive di un’attività vengono automatizzate.

La logica è quasi elementare: se togliamo una parte del lavoro semplice, quello che rimane alle persone tende ad essere il lavoro più complesso.

Ed è proprio lì che dovremmo investire.

Il valore di capire quando una regola non basta

C’è una parola che mi piace particolarmente: giudizio.

Giudizio significa avere informazioni ma anche saperle leggere nel contesto. Significa capire che una risposta tecnicamente corretta può non essere quella giusta per quella persona, in quel momento e in quella situazione.

Significa riconoscere un’eccezione, fare una domanda che nessuno aveva previsto, assumersi una responsabilità, usare l’esperienza e qualche volta accorgersi che la procedura che abbiamo davanti non basta.

Non sappiamo quali di queste capacità l’intelligenza artificiale riuscirà a sviluppare in futuro e fino a quale livello. Sarebbe presuntuoso stabilire oggi un confine definitivo tra ciò che potranno fare le macchine e ciò che resterà esclusivamente umano.

Ma oggi possiamo fare una scelta molto più concreta: smettere di sprecare capacità umane in attività nelle quali chiediamo alle persone soprattutto di comportarsi come macchine.

L’AI può anche aiutare le persone a diventare più brave

I primi studi sul campo ci mostrano già qualcosa di interessante.

In una ricerca su oltre cinquemila addetti all’assistenza clienti, l’introduzione di un assistente basato sull’AI generativa ha aumentato in media del 14% il numero di problemi risolti ogni ora. Il beneficio è stato particolarmente evidente tra i lavoratori meno esperti.

Quel 14% non può essere trasformato nella promessa che l’AI aumenterà sempre la produttività di qualsiasi azienda. Era un determinato lavoro, svolto in un determinato contesto.

Ma il meccanismo osservato è interessante: lo strumento sembrava aiutare i lavoratori meno esperti ad avvicinarsi più rapidamente ad alcune pratiche utilizzate dai colleghi più capaci.

In questo caso la macchina non stava semplicemente sostituendo la persona.

Stava aumentando alcune delle sue possibilità.

Ma non raccontiamoci una rivoluzione già avvenuta

Qui serve anche un po’ di prudenza.

Una revisione dell’ILO pubblicata nel 2026 sulle evidenze empiriche disponibili conclude che i guadagni di produttività legati alla GenAI esistono, ma sono disomogenei e non sempre verificati. Il tempo risparmiato in alcune attività non si è ancora tradotto automaticamente in aumenti misurabili di produzione, redditi o occupazione nell’economia nel suo complesso.

È una distinzione importante perché sull’intelligenza artificiale corriamo spesso più velocemente dei dati.

Sappiamo che può rendere alcune attività molto più rapide. Non sappiamo ancora con precisione che cosa succederà quando milioni di aziende ridisegneranno processi, ruoli e organizzazioni attorno a questi strumenti.

Quindi niente profezie.

Abbiamo già abbastanza da osservare nel presente.

La stessa AI può liberarti oppure controllarti

Le ricerche OECD sui luoghi di lavoro mostrano un’altra cosa che considero fondamentale. Molti lavoratori che utilizzano strumenti di AI riferiscono miglioramenti nelle proprie prestazioni e, in diversi casi, anche nella qualità percepita del lavoro.

Ma le stesse tecnologie possono essere utilizzate per aumentare sorveglianza, intensità e controllo, riducendo l’autonomia delle persone.

Questo significa che la tecnologia, da sola, non decide quale futuro avremo.

Possiamo utilizzare l’AI per eliminare attività inutilmente ripetitive, facilitare l’accesso alle informazioni e lasciare più spazio a giudizio, relazione e responsabilità.

Oppure possiamo utilizzarla per misurare ancora più precisamente quanto produce ogni persona e riempire immediatamente ogni minuto che siamo riusciti a liberare.

La tecnologia dovrebbe aumentare le possibilità delle persone, non semplicemente aumentare la quantità di pressione che possiamo mettere su di loro.

Prima il problema, poi lo strumento

Forse stiamo facendo con l’intelligenza artificiale quello che facciamo spesso quando arriva una tecnologia nuova: partiamo dallo strumento.

“Dove possiamo mettere l’AI?”

Io partirei da una domanda diversa.

Che cosa vogliamo ottenere e perché?

Vogliamo diminuire gli errori? Liberare una persona da un’attività ripetitiva? Rispondere meglio ai clienti? Trovare più velocemente un’informazione? Permettere a qualcuno di dedicare maggiore attenzione a una decisione importante?

Quando l’obiettivo viene prima dello strumento, possiamo scegliere la tecnologia che serve davvero.

Quando invece lo strumento viene prima dell’obiettivo, rischiamo di automatizzare anche cose che avremmo fatto meglio a ripensare.

Forse dobbiamo aggiornare anche l’idea di produttività

Una persona che corre tutto il giorno sembra produttiva.

Una persona che si ferma dieci minuti, ragiona e impedisce un errore costoso può esserlo molto di più.

Chi ascolta bene un cliente può impiegare qualche minuto in più rispetto a chi vuole chiudere velocemente la conversazione, ma potrebbe costruire una relazione che durerà anni.

Chi conosce davvero il proprio lavoro può accorgersi di qualcosa che non compare nella procedura. Chi ha esperienza può riconoscere un problema prima che diventi evidente. Chi si sente abbastanza libero da parlare può segnalare che stiamo facendo una cosa stupida prima che diventi una cosa stupida molto costosa.

Non tutto il valore prodotto da una persona si misura contando quante attività siamo riusciti a infilarle dentro un’ora.

Prima le persone, poi il resto

Non credo che il futuro del lavoro debba essere una gara tra esseri umani e intelligenza artificiale.

E non credo nemmeno che mettere l’AI dentro un’azienda renda automaticamente quell’azienda più moderna.

Potremmo avere strumenti straordinariamente avanzati e continuare ad avere un’idea molto vecchia delle persone: più corrono, più producono; più sono disponibili, più sono brave; ogni minuto libero è un minuto da riempire.

Oppure possiamo utilizzare questa trasformazione per farci finalmente una domanda diversa: quali condizioni permettono a una persona di dare davvero il meglio di ciò che sa fare senza consumarsi per farlo?

Qui produttività e benessere smettono di essere nemici.

Un’impresa ha bisogno di risultati. Una persona ha bisogno di poter sostenere nel tempo il lavoro che quei risultati richiedono. E la tecnologia dovrebbe aiutarci a tenere insieme le due cose, non a separarle ancora di più.

L’AI non dovrebbe essere il motivo per chiedere ancora di più alle persone. Potrebbe diventare il motivo per smettere finalmente di usarle male.

Più le macchine diventano brave a fare il lavoro delle macchine, meno ha senso chiedere agli esseri umani di comportarsi come macchine.

Prima le persone. Poi gli strumenti. Poi tutto il resto.

Il benessere deve funzionare anche nella vita vera

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