A volte pensiamo una cosa bella di qualcuno e poi non gliela diciamo. Notiamo come ha affrontato una situazione difficile, ci accorgiamo che è stato gentile quando avrebbe potuto non esserlo, vediamo che ha fatto bene qualcosa, che è migliorato, che ha avuto coraggio.
Lo pensiamo. Poi andiamo avanti.
La cosa curiosa è che quando qualcosa non funziona, invece, le parole arrivano molto più facilmente. Un errore lo facciamo notare, una mancanza la segnaliamo, un comportamento che ci infastidisce trova spesso la strada per uscire dalla nostra testa. Le cose belle, invece, a volte restano lì.
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Tanto lo sa già
Uno dei motivi può essere semplicissimo: pensiamo che non serva dirlo. “Lo sa già.” “Gliel’avranno detto in tanti.” “Non c’è bisogno.”
Può darsi. Ma può anche darsi di no.
Non sempre sappiamo come veniamo percepiti dagli altri e soprattutto non sempre sappiamo che qualcuno si è accorto di una cosa che per noi è costata fatica. Una persona può sembrare sicura e avere comunque bisogno di capire se ciò che sta facendo arriva agli altri. Può fare bene qualcosa da anni e non dare affatto per scontato che venga riconosciuto.
Può attraversare una giornata difficile senza raccontarlo a nessuno, e una frase precisa detta al momento giusto può avere un peso molto maggiore di quanto immaginiamo.
Complimento e riconoscimento non sono la stessa cosa
“Sei bravissimo” è una frase piacevole, ma dice relativamente poco. “Ho visto come hai gestito quella situazione. Non era facile” dice qualcosa di diverso: mi sono accorto di quello che hai fatto.
Il riconoscimento è spesso più concreto del complimento. Non riguarda necessariamente il talento, l’aspetto o il risultato finale. Può riguardare il modo in cui una persona ha affrontato qualcosa: “Mi è piaciuto come hai ascoltato quella persona”, “Ho notato che non hai perso la calma”, “Secondo me hai avuto coraggio”, “Si vede che ci hai lavorato”.
Frasi semplici. E proprio per questo credibili.
Perché facciamo più fatica a dire le cose belle?
Non credo ci sia una sola risposta. A volte ci imbarazza, a volte abbiamo paura di essere fraintesi.
Un uomo che fa un complimento a una donna può chiedersi se verrà interpretato come un tentativo di provarci. Una donna può avere la stessa esitazione con un uomo. Sul lavoro possiamo temere di sembrare ruffiani. Con una persona che conosciamo poco possiamo pensare di essere invadenti.
E qualche volta, semplicemente, non siamo abituati. Ci viene più naturale osservare in silenzio.
Non c’è nulla di sbagliato in questo. Nessuno deve trasformarsi in una macchina distributrice di complimenti, anche perché un complimento dato per dovere si sente lontano un chilometro. Il punto non è dire più cose belle a tutti. È forse chiedersi quante volte pensiamo sinceramente qualcosa di bello e scegliamo comunque di non dirlo.
Siamo molto allenati a vedere cosa manca
Nella vita quotidiana funziona spesso così. A casa ci accorgiamo subito quando qualcuno non ha fatto una cosa. Sul lavoro vediamo l’errore, la scadenza mancata, il dettaglio da correggere. Nei social basta leggere qualche commento per accorgersi di quanto siamo rapidi nel segnalare ciò che non ci piace.
E in parte è normale. I problemi richiedono attenzione, gli errori vanno corretti e le cose che non funzionano possono avere conseguenze.
Ma forse questa abitudine crea un piccolo squilibrio. Diventiamo molto bravi a comunicare ciò che dovrebbe essere diverso e molto meno allenati a comunicare ciò che, invece, abbiamo apprezzato. Non perché non lo vediamo. Semplicemente non sempre lo diciamo.
Le cose piccole contano più di quanto sembri
Non servono grandi dichiarazioni. A volte il riconoscimento più bello riguarda una cosa minuscola: un collega che ti ha dato una mano senza fare scena, una persona che ha saputo alleggerire una situazione tesa, un amico che ti ha scritto proprio nel momento giusto, qualcuno che ha fatto una cosa nuova pur avendo paura.
Oppure una persona che ha cambiato atteggiamento e magari pensa che nessuno se ne sia accorto.
Sono gesti che spesso non finiscono in nessun curriculum, non prendono like e non ricevono applausi. Ma costruiscono la qualità dei rapporti. E forse proprio perché sono piccoli, rischiano di passare inosservati.
Non tutto va detto
Naturalmente non credo che ogni pensiero positivo debba essere trasformato in una frase. A volte il silenzio è naturale, a volte un complimento sarebbe fuori luogo, altre volte possiamo avere ragione a evitare una confidenza che potrebbe creare equivoci. E alcune persone non amano particolarmente ricevere complimenti.
Va bene così.
Il punto non è creare una nuova regola. È diventare un po’ più consapevoli di ciò che tratteniamo, perché c’è differenza tra scegliere di non dire qualcosa e non pensarci nemmeno.
Far sapere a qualcuno che lo abbiamo visto
Forse è questa la parte che mi interessa di più. Essere riconosciuti non significa necessariamente essere celebrati. Significa sapere che qualcosa di noi è arrivato dall’altra parte.
Che qualcuno ha visto l’impegno, ha notato il gesto, ha capito la difficoltà, si è accorto del cambiamento.
E questo vale in entrambe le direzioni. Quando una persona ci dice una cosa del genere, spesso ce la ricordiamo. Forse proprio perché non capita continuamente.
E allora, ogni tanto, potremmo fare lo stesso. Non per essere più buoni, non per diventare più positivi, non per applicare una tecnica di comunicazione. Semplicemente perché, se abbiamo pensato sinceramente qualcosa di bello di qualcuno, a volte vale la pena permettere a quel pensiero di arrivare fino a lui.
A volte non serve fare un complimento. Basta far sapere a qualcuno che ci siamo accorti di lui.
E magari quella persona non sapeva nemmeno che l’avevamo vista.
Anche questo articolo finisce qui.
Ma forse una piccola cosa possiamo portarci dietro: se notiamo qualcosa di bello in qualcuno, ogni tanto possiamo anche dirglielo.
Se ti piacciono riflessioni come questa, puoi iscriverti a Un caffè con Fabio. Ogni tanto ci ritroviamo lì, con qualche idea da osservare con calma e portare nella vita di tutti i giorni.
Trasformiamo le informazioni in un primo passo concreto.
Ogni persona parte da una situazione diversa. Se vuoi, possiamo capire insieme quale abitudine merita attenzione per prima.
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