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Stile di vita

Il rosso che vedo io è lo stesso che vedi tu?

Vediamo davvero tutti lo stesso colore? Dalla percezione visiva alla vita quotidiana: ciò che osserviamo parte dalla realtà, ma passa attraverso occhi, cervello, esperienza e contesto.

1 Settembre 2026 8 min di lettura di Fabio Gelmetti

Immagina di avere davanti una mela rossa.

Io la guardo e dico: “È rossa”. Tu la guardi e dici esattamente la stessa cosa. Siamo d’accordo sul nome, possiamo indicare lo stesso colore e probabilmente sceglieremmo entrambi quella mela tra altre di colori differenti.

Ma c’è una domanda apparentemente semplice alla quale è molto più difficile rispondere:

il rosso che vedo io, dentro la mia esperienza, è esattamente quello che vedi tu?

La risposta più corretta non è sì e non è no.

È: non possiamo confrontare direttamente le nostre esperienze interiori come confronteremmo due fotografie.

Ed è proprio qui che la cosa diventa interessante.

Vedere non significa semplicemente fotografare il mondo

Tendiamo a immaginare l’occhio come una piccola videocamera: fuori c’è il mondo, l’occhio lo registra e il cervello guarda il filmato.

In realtà il processo è molto più complesso.

La luce raggiunge l’occhio e stimola cellule specializzate della retina. Per la visione dei colori sono particolarmente importanti i coni, fotorecettori sensibili in modo diverso alle varie parti dello spettro luminoso. Da lì partono segnali nervosi che vengono elaborati attraverso diverse strutture del sistema visivo fino al cervello.

Quindi possiamo semplificarlo così:

luce → occhio → recettori → segnali nervosi → cervello → percezione.

Il colore che sperimentiamo non è semplicemente una fotografia della luce entrata nell’occhio. È il risultato del modo in cui il nostro sistema visivo elabora quell’informazione.

E allora vediamo tutti gli stessi colori?

Qui bisogna stare attenti a non fare il salto che piace tanto sui social: “Ecco! Quindi ognuno vede una realtà completamente diversa”.

No.

Sappiamo però che esistono differenze individuali reali nella visione dei colori, anche tra persone considerate normalmente tricromatiche, cioè senza le comuni alterazioni della percezione cromatica. Possono variare le caratteristiche ottiche dell’occhio, la sensibilità dei fotorecettori e alcuni aspetti dell’elaborazione visiva.

In alcuni esperimenti persone con normale visione dei colori mostrano differenze anche nel modo in cui giudicano particolari tonalità o stabiliscono quale colore appare come un “rosso puro”, un “verde puro” o altre tonalità di riferimento.

Questo però non significa che io veda il rosso come il tuo verde e tu il verde come il mio blu.

La scienza non ci permette di affermarlo.

C’è qualcosa che possiamo misurare. E qualcosa che no.

Possiamo fare moltissimi confronti.

Possiamo mostrare a due persone la stessa luce, misurare quale stimolo arriva all’occhio, studiare la sensibilità dei loro fotorecettori, osservare le risposte del cervello e chiedere loro di confrontare o abbinare colori.

Possiamo quindi sapere parecchio su come due sistemi visivi reagiscono.

Quello che non possiamo fare è entrare nella tua esperienza cosciente e mettere il tuo “rosso” accanto al mio per vedere se dentro di noi hanno esattamente lo stesso aspetto.

Gli studiosi chiamano spesso qualia questi aspetti soggettivi dell’esperienza: com’è per me vedere quel rosso, sentire quel profumo o provare quel dolore. Il rapporto tra processi cerebrali ed esperienza cosciente rimane uno dei grandi problemi aperti nello studio della coscienza.

Qui quindi finisce ciò che possiamo affermare scientificamente con sicurezza e comincia una domanda anche filosofica.

Ed è importante non confondere le due cose.

Anche il contesto cambia ciò che vediamo

C’è però un altro fenomeno molto concreto che possiamo osservare e studiare: il cervello interpreta continuamente la luce anche in base al contesto.

Uno stesso oggetto può riflettere verso i nostri occhi luce diversa sotto il sole, all’ombra o sotto una lampadina. Eppure spesso continuiamo a percepirlo come avente più o meno lo stesso colore.

Questa capacità viene chiamata costanza del colore. Il nostro sistema visivo cerca, per così dire, di distinguere il colore dell’oggetto dalle condizioni di illuminazione.

Il famoso caso dell’abito che alcune persone vedevano bianco e oro e altre blu e nero è stato un esempio spettacolare di questo fenomeno. Studi successivi hanno mostrato che parte delle differenze era collegata alle diverse ipotesi implicite che il cervello faceva sull’illuminazione della scena.

Stessa fotografia.

Cervelli che cercavano di interpretare la luce in maniera leggermente diversa.

Il cervello non parte mai completamente da zero

Questo non riguarda soltanto i colori.

Nella percezione visiva entrano anche attenzione, contesto e aspettative. Il cervello utilizza continuamente informazioni già disponibili per interpretare ciò che arriva dai sensi; la ricerca sulle influenze “dall’alto verso il basso” mostra che aspettative e conoscenze precedenti possono influenzare diversi livelli dell’elaborazione percettiva.

Attenzione però: questo non significa che possiamo vedere qualunque cosa desideriamo.

La realtà esterna continua a imporre vincoli molto forti.

Se davanti a noi c’è un semaforo rosso, non possiamo semplicemente decidere che sia verde perché abbiamo una convinzione diversa.

La percezione è costruzione, ma non è fantasia libera.

E nella vita quotidiana le cose diventano ancora più interessanti

Qui possiamo fare un passaggio ulteriore, ma dobbiamo distinguere bene i piani.

Quando non stiamo semplicemente guardando un colore, ma vivendo una conversazione, ricordando un episodio o cercando di capire il comportamento di qualcuno, entrano in gioco molti più elementi.

La nostra memoria. Le aspettative. Ciò che abbiamo vissuto in passato. Dove abbiamo messo l’attenzione. Le convinzioni che abbiamo costruito. Il contesto in cui quella situazione è avvenuta.

È facile allora comprendere perché due persone possano uscire dalla stessa conversazione raccontandola in modi differenti.

Non necessariamente perché una delle due stia mentendo.

Potrebbero aver prestato attenzione a dettagli diversi, attribuire un significato diverso alle stesse parole o inserito ciò che è accaduto dentro storie personali differenti.

Questo non significa che “ognuno ha la sua verità”

Qui secondo me serve molta chiarezza.

Dire che percezione e interpretazione possono essere influenzate da molti fattori non significa che la realtà non esista.

Non significa nemmeno che tutte le interpretazioni abbiano lo stesso valore.

Possiamo controllare i fatti, confrontare prove, ascoltare altre testimonianze e correggere una nostra convinzione quando scopriamo che non corrisponde a ciò che è realmente accaduto.

La consapevolezza dei nostri filtri non dovrebbe portarci a dubitare di tutto.

Dovrebbe portarci a essere un po’ meno sicuri che il nostro primo modo di vedere una situazione sia automaticamente l’unico possibile.

È qui che entra la consapevolezza

Questa per me è la parte più utile di tutta la storia.

Non possiamo eliminare completamente i nostri filtri. E probabilmente non avrebbe nemmeno senso provarci: sono parte del modo in cui il cervello riesce a orientarsi in un mondo enormemente complesso.

Possiamo però imparare a riconoscere che esistono.

Quando qualcosa ci fa arrabbiare, possiamo domandarci: che cosa è successo davvero e che cosa ci sto mettendo io?

Quando giudichiamo rapidamente qualcuno, possiamo chiederci se stiamo reagendo soltanto a ciò che abbiamo davanti oppure anche a qualcosa che abbiamo già vissuto.

E quando siamo assolutamente certi di aver capito tutto, forse possiamo lasciare aperto un piccolo spazio:

“Potrebbe esserci qualcosa che non sto vedendo?”

Il punto di Fabio

Trovo affascinante pensare che tutto possa partire da una domanda così semplice come il colore rosso.

Guardiamo lo stesso oggetto, usiamo la stessa parola e riusciamo a capirci perfettamente. Eppure non abbiamo accesso diretto all’esperienza dell’altra persona.

Questo non rende la realtà meno reale.

Rende semplicemente il nostro rapporto con la realtà un po’ più interessante.

Perché quello che vediamo passa attraverso occhi, cervello, attenzione e, quando arriviamo alle esperienze della vita, anche attraverso tutto ciò che abbiamo vissuto.

La mia conclusione non è quindi “ognuno vede quello che vuole”.

La realtà esiste. Ma noi non la osserviamo mai completamente senza filtri.

E ricordarcelo ogni tanto può aiutarci ad ascoltare meglio, giudicare un po’ meno in fretta e lasciare spazio alla possibilità che qualcuno, guardando la stessa situazione, abbia notato qualcosa che a noi è sfuggito.

Forse la consapevolezza comincia anche da qui.

Non dal dubitare di tutto.

Ma dal dubitare, ogni tanto, della nostra certezza di aver già visto tutto.

Ti è mai capitato di scoprire che una situazione poteva essere vista anche in un altro modo?

Capire i nostri filtri non significa dubitare di tutto. Può semplicemente aiutarci a osservare meglio ciò che succede, ascoltare con più attenzione e lasciare spazio a prospettive che magari non avevamo considerato.

Se vuoi raccontarmi una situazione su cui stai cercando un punto di vista diverso, scrivimi: ne parliamo insieme.

Fonti e approfondimenti

Bosten JM — Individual differences in the perception of color.

NCBI Bookshelf — Color Vision.

Review sulla codifica e percezione cromatica.

Studio sulle differenze individuali nella normale visione dei colori.

Fonte sul rapporto tra processi cerebrali ed esperienza cosciente.

Review sulla costanza del colore.

Studio sulla percezione del famoso “dress”.

Review su aspettative e percezione.

Vuoi fare chiarezza?

Trasformiamo le informazioni in un primo passo concreto.

Ogni persona parte da una situazione diversa. Se vuoi, possiamo capire insieme quale abitudine merita attenzione per prima.

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