Ci sono momenti in cui sappiamo abbastanza bene cosa abbiamo lasciato alle spalle, ma non abbiamo ancora idea precisa di quello che verrà dopo.
Non siamo più dove eravamo e non siamo ancora arrivati da nessun’altra parte. È una posizione strana, perché ci piacerebbe avere subito una risposta: capire quale sarà la scelta giusta, dove ci porterà, quanto tempo servirà e se alla fine scopriremo di aver fatto bene.
Il problema è che alcune risposte non sono disponibili prima di muoversi. A volte possiamo ottenerle soltanto facendo il primo pezzo di strada.
Vorremmo la mappa prima ancora di partire
È comprensibile. Quando una decisione conta, vogliamo ridurre il rischio. Cerchiamo informazioni, ragioniamo, confrontiamo possibilità e proviamo a immaginare le conseguenze.
Tutto utile.
Ma può arrivare un momento in cui non stiamo più cercando informazioni per scegliere meglio. Stiamo cercando una certezza che probabilmente nessuno può darci.
“E se cambio lavoro e poi non mi piace?” “E se ricomincio questa attività e scopro che non fa più per me?” “E se frequento quel nuovo ambiente e non mi trovo bene?”
Sono domande legittime. Solo che spesso hanno una risposta che esiste dopo, non prima.
Alcune informazioni arrivano soltanto facendo
Immaginiamo di pensare a un cambiamento professionale.
Possiamo studiare il settore, leggere offerte, parlare con persone che già ci lavorano e cercare di capire quali competenze servono. Ma finché rimaniamo completamente fermi non possiamo sapere tutto.
Magari una telefonata ci fa scoprire un ruolo che non avevamo considerato. Un breve corso ci fa capire che quella materia ci interessa davvero. Una persona conosciuta durante il percorso ci segnala un’opportunità.
Oppure succede il contrario: proviamo qualcosa e ci accorgiamo che non fa per noi.
Anche questa è informazione.
Non ogni passo deve portarci direttamente alla destinazione. Qualche volta serve a eliminare una strada.
L’attrezzo: qual è il prossimo passo possibile?
Qui userei una domanda sola:
Qual è il prossimo passo possibile con ciò che so oggi?
Non: “Che cosa devo fare della mia vita?”
Non: “Qual è la scelta perfetta?”
Non: “Dove sarò tra cinque anni?”
Solo il prossimo passo che abbia abbastanza senso con le informazioni che abbiamo adesso.
Potrebbe essere molto piccolo: fare una telefonata, chiedere un’informazione, visitare un posto, iscriversi a una lezione di prova, parlare con qualcuno che conosce un settore, aggiornare un curriculum oppure dedicare un’ora a qualcosa che continuiamo a rimandare.
Il passo non deve risolvere tutto.
Deve farci sapere qualcosa che oggi non sappiamo.
Azione, feedback, nuova informazione
Questo secondo me è il cuore dell’articolo.
Facciamo qualcosa. La realtà ci restituisce una risposta. Quella risposta ci dà informazioni nuove. Con quelle informazioni possiamo scegliere il passo successivo un po’ meglio.
Potremmo riassumerlo così:
azione → feedback → nuova informazione → maggiore chiarezza → passo successivo
Non è una garanzia che arriveremo dove pensavamo.
È un modo per evitare di pretendere di conoscere già una strada che non abbiamo ancora percorso.
Anche scoprire che non ci piace è un risultato
Questa parte spesso la dimentichiamo.
Iniziamo qualcosa e dopo un po’ diciamo: “Non era quello che pensavo.” E subito lo leggiamo come tempo perso.
Ma se prima non lo sapevamo e adesso sì, qualcosa abbiamo guadagnato.
Riprendiamo un’attività lasciata anni prima e scopriamo che non ci interessa più. Frequentiamo un ambiente nuovo e ci rendiamo conto che non ci assomiglia. Facciamo un corso e capiamo che quella direzione non è quella giusta.
Non sempre il risultato utile è trovare immediatamente la strada.
A volte è smettere di immaginare che una strada sia quella giusta.
Molte risorse non sono disponibili all’inizio
Quando guardiamo indietro a un percorso già fatto, è facile avere l’impressione che tutti i pezzi fossero lì fin dall’inizio.
In realtà spesso non è così.
Una persona arriva dopo. Un’occasione compare quando siamo già in movimento. Una capacità cresce perché abbiamo iniziato a usarla. Una sicurezza che prima non avevamo nasce dall’aver affrontato i primi passaggi.
Perfino il coraggio, qualche volta, arriva dopo aver cominciato, non prima.
Per questo la frase “partirò quando sarò pronto” può diventare una trappola. Potremmo diventare pronti proprio facendo una parte del percorso.
Pensare avanti va bene. Pretendere di vedere tutto no.
Questo articolo non è un invito a muoversi senza riflettere.
Ci sono decisioni che richiedono informazioni, tempo, prudenza e valutazione delle conseguenze. Se dobbiamo impegnare molti soldi, lasciare una sicurezza importante o prendere una decisione difficilmente reversibile, ragionare bene prima è semplicemente buon senso.
Il punto è un altro.
Pensare in avanti va bene. Pretendere di vedere già tutto il percorso può fermarci.
Possiamo prepararci senza aspettare che scompaia ogni incertezza. Possiamo scegliere un passo proporzionato al rischio. E possiamo preferire, quando possibile, passi che ci permettano ancora di correggere la direzione.
Dopo i 50 il prossimo passo può essere più intelligente
Con gli anni forse abbiamo meno voglia di fare tentativi completamente casuali.
E non è necessariamente un limite.
Abbiamo esperienza, conosciamo meglio alcuni nostri confini e spesso sappiamo riconoscere più rapidamente ciò che non vogliamo più.
È proprio questa una delle risorse da cui ripartiamo quando riconosciamo ciò che siamo diventati.
Non dobbiamo comportarci come se avessimo vent’anni. Possiamo utilizzare quello che sappiamo oggi per scegliere un esperimento migliore, non necessariamente una decisione definitiva.
Esperienza non significa conoscere già la risposta.
Può significare sapere quali domande vale la pena fare.
Un esempio molto normale
Mettiamo che da tempo pensiamo di riprendere un’attività che avevamo lasciato anni fa.
Potremmo passare settimane a domandarci: “Mi piacerà ancora?”, “Sarò capace?”, “Troverò persone con cui mi trovo bene?”, “Avrò abbastanza tempo?”
Oppure possiamo fare una prova.
Una lezione. Una visita. Una telefonata.
Dopo quel piccolo passo potremmo sapere già molto di più.
Magari torniamo a casa entusiasti. Magari diciamo: “No, questa cosa apparteneva a un’altra fase della mia vita.”
In entrambi i casi siamo più avanti rispetto a prima, perché abbiamo sostituito una parte delle ipotesi con esperienza reale.
Il prossimo passo non deve diventare un contratto con il futuro
A volte ci blocchiamo perché trattiamo ogni scelta come se fosse definitiva.
Se provo questo lavoro, allora dovrò farlo per sempre. Se inizio questo corso, devo sapere già dove mi porterà. Se frequento questo nuovo ambiente, significa che ho deciso che sarà il mio.
Ma molti passi non sono contratti.
Sono esplorazioni.
Possiamo entrare, guardare, imparare qualcosa e poi decidere.
Questa libertà cambia parecchio il peso della scelta.
Non stiamo decidendo tutta la nostra vita.
Stiamo scegliendo quale informazione vogliamo ottenere dopo.
Quando questo approccio non basta
Non tutte le decisioni possono essere affrontate semplicemente facendo una prova.
Ci sono scelte mediche, finanziarie, legali, familiari o professionali importanti nelle quali le conseguenze possono essere rilevanti e difficili da invertire. In quei casi il prossimo passo potrebbe essere proprio fermarsi, raccogliere informazioni affidabili o confrontarsi con un professionista competente.
Il principio rimane comunque lo stesso.
Non dobbiamo sapere già tutto.
Dobbiamo capire qual è il passo più sensato con ciò che sappiamo oggi.
A volte sarà agire.
A volte sarà informarsi meglio.
Il punto di Fabio
Più vado avanti, più mi accorgo che alcune delle cose che oggi sembrano ovvie non lo erano affatto quando ho iniziato.
Persone, idee, possibilità e perfino capacità che oggi considero parte del percorso sono comparse strada facendo. Non erano tutte disponibili il primo giorno.
E forse è proprio questo uno degli errori che possiamo fare quando siamo in una fase di cambiamento: guardiamo quello che abbiamo oggi e pensiamo che dovremmo già possedere tutte le risorse necessarie per arrivare fino in fondo.
Ma molte risorse le troviamo soltanto camminando.
Non significa affidarsi al caso. Significa lasciare alla realtà la possibilità di darci informazioni che da fermi non possiamo ottenere.
Non serve avere tutta la mappa
Possiamo sapere dove vogliamo andare in modo molto preciso oppure avere soltanto una direzione.
In entrambi i casi non dobbiamo necessariamente vedere già ogni curva.
La prossima volta che ci scopriamo bloccati perché “non ho ancora tutto chiaro”, possiamo ridurre la domanda.
Non:
“Qual è la decisione definitiva?”
Ma:
Qual è il prossimo passo possibile con ciò che so oggi?
Poi guardiamo cosa succede. Raccogliamo l’informazione nuova e scegliamo di nuovo.
Perché non serve avere tutto chiaro prima di partire. Molte risorse le troviamo solo cammin facendo.
E qualche volta la chiarezza che stavamo aspettando non arriva prima del primo passo.
Arriva proprio grazie a lui.
Ti senti fermo perché non hai ancora tutto chiaro?
A volte non serve decidere subito tutta la direzione. Può essere più utile capire quale piccolo passo può darci un’informazione nuova e aiutarci a vedere meglio quello successivo.
Se vuoi raccontarmi una situazione in cui ti senti bloccato perché non sai ancora dove andare, scrivimi: ne parliamo insieme.
Trasformiamo le informazioni in un primo passo concreto.
Ogni persona parte da una situazione diversa. Se vuoi, possiamo capire insieme quale abitudine merita attenzione per prima.
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