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Abitudini & Costanza

Scusa se esisto: quando chiedere scusa diventa un’abitudine

Chiedere scusa quando abbiamo sbagliato è responsabilità. Ma se diciamo “scusa” anche quando facciamo una domanda, esprimiamo un’opinione o chiediamo attenzione, vale la pena fermarsi e chiedersi: che cosa sto riparando?

12 Settembre 2026 7 min di lettura di Fabio Gelmetti

“Scusa se disturbo.”

“Scusa se ti faccio una domanda.”

“Scusa se dico la mia.”

“Scusa se ti rubo un minuto.”

A volte chiedere scusa è una delle cose più adulte che possiamo fare. Abbiamo sbagliato, ferito qualcuno, interrotto, siamo arrivati in ritardo oppure abbiamo mancato di rispetto. Riconoscerlo e chiedere scusa significa assumersi una responsabilità.

Ma esiste anche un altro “scusa”.

Quello che arriva quando, a pensarci bene, non abbiamo fatto niente da riparare. Abbiamo soltanto fatto una domanda, espresso un’opinione, chiesto un momento di attenzione o detto di cosa abbiamo bisogno.

Ed è proprio questo lo “scusa” che voglio mettere oggi nella nostra Cassetta degli attrezzi.

Non dobbiamo smettere di chiedere scusa

Partiamo da qui, perché sarebbe facilissimo trasformare questo discorso nell’ennesima regoletta da social: “Non chiedere mai scusa per quello che sei.”

Bella frase. Poco utile.

Chiedere scusa ha una funzione importante nelle relazioni. Quando abbiamo fatto qualcosa che ha avuto conseguenze sull’altra persona, una scusa sincera può comunicare che riconosciamo ciò che è successo e ci assumiamo la nostra parte di responsabilità.

La ricerca sulle scuse interpersonali mostra che possono contribuire ai processi di riparazione dopo una trasgressione, anche se la loro efficacia dipende dal contesto, da ciò che è accaduto e dal modo in cui vengono formulate.

Quindi non dobbiamo eliminare gli “scusa”.

Dobbiamo imparare a distinguerli.

L’attrezzo: “Che cosa sto riparando?”

Questa volta nella Cassetta mettiamo una domanda che richiede forse due secondi:

Che cosa sto riparando?

Ho interrotto qualcuno? “Scusa, ti ho interrotto.”

Sono arrivato tardi? “Scusa per il ritardo.”

Ho detto qualcosa che ha ferito una persona? “Mi dispiace per quello che ho detto.”

In questi casi la risposta alla domanda è chiara. È successo qualcosa e la scusa riconosce la nostra parte.

Ma proviamo con:

“Scusa se ti faccio una domanda.”

Che cosa stiamo riparando?

Probabilmente niente. Stiamo semplicemente chiedendo qualcosa.

Ed è qui che il piccolo attrezzo diventa interessante.

Quando “scusa” arriva prima ancora di noi

Ci sono espressioni che possono diventare così abituali da uscire quasi senza che ce ne accorgiamo.

“Scusa se disturbo.” “Scusa se insisto.” “Scusa se dico la mia.” “Scusa se ti rubo tempo.”

Questo non significa automaticamente essere insicuri, avere poca autostima o nascondere chissà quale problema psicologico.

Potrebbe essere semplicemente educazione. Potremmo aver imparato a parlare così in famiglia. Potrebbe dipendere dal contesto professionale, sociale o culturale. Oppure potrebbe essere diventato semplicemente un automatismo linguistico.

È lo stesso principio che abbiamo incontrato parlando del pilota automatico: prima di cambiare un comportamento dobbiamo almeno cominciare ad accorgerci che sta succedendo.

Non serve diagnosticarci.

Serve ascoltarci.

Togliere la scusa senza togliere il rispetto

Facciamo un piccolo esperimento.

Non dobbiamo diventare bruschi né comportarci come se il tempo e lo spazio degli altri ci fossero dovuti. Possiamo continuare a essere educati senza scusarci per qualcosa che non abbiamo fatto.

Invece di:

“Scusa se disturbo.”

possiamo provare:

“Hai un momento?”

Invece di:

“Scusa se chiedo.”

“Posso chiederti una cosa?”

Invece di:

“Scusa se dico la mia.”

“Io la vedo così.”

E invece di:

“Scusa se ti rubo tempo.”

“Ti va di parlarne adesso o preferisci più tardi?”

Guardiamole bene. Non sono frasi aggressive e non pretendono attenzione. Continuano a riconoscere l’altra persona e il suo spazio.

Semplicemente non partono dal presupposto che la nostra presenza sia già qualcosa di cui scusarci.

Una differenza piccola, ma interessante

Immaginiamo di dover parlare con qualcuno che sappiamo essere molto impegnato.

Possiamo iniziare così:

“Scusami tantissimo, so che sei impegnato, non vorrei disturbarti, avrei solo una piccola cosa da chiederti…”

Prima ancora di arrivare alla domanda abbiamo già chiesto perdono tre volte. 😄

Oppure possiamo dire:

“Hai due minuti o preferisci che ne parliamo più tardi?”

La seconda frase fa una cosa molto semplice: riconosce il tempo dell’altra persona e contemporaneamente riconosce anche il valore della nostra richiesta.

L’altro può rispondere sì, può rispondere no oppure proporre un altro momento.

Non abbiamo invaso niente.

E non abbiamo avuto bisogno di chiedere scusa per aver bussato alla porta.

Una scusa può riparare. Non deve precedere ogni bisogno

Qui c’è il cuore della questione.

Una scusa autentica può essere preziosa proprio perché riconosce qualcosa.

Ho fatto questo. Ha avuto una conseguenza. Me ne assumo la responsabilità. Mi dispiace.

Gli studi sulle scuse le collegano proprio ai processi di riparazione delle relazioni dopo una trasgressione. Una buona scusa non consiste semplicemente nel pronunciare la parola “scusa”: contano anche il riconoscimento di ciò che è accaduto e l’assunzione di responsabilità.

Se invece utilizziamo la stessa parola automaticamente prima di ogni richiesta, opinione o bisogno, la funzione è diversa.

E vale la pena almeno accorgersene.

Non trasformiamo anche questo in una nuova ossessione

Da domani non dobbiamo contarci gli “scusa” sul telefono. 😄

E soprattutto non dobbiamo cominciare a correggere gli altri:

“Hai visto? Hai chiesto scusa senza motivo!”

Sarebbe un modo piuttosto creativo per rendere insopportabile un articolo sulla consapevolezza.

Lo strumento serve a osservare noi stessi, non a mettere sotto esame il linguaggio degli altri.

Magari scopriremo che diciamo spesso “scusa” semplicemente perché siamo persone educate. Benissimo.

Oppure noteremo che compare soprattutto quando dobbiamo esprimere un’opinione, chiedere qualcosa, dire di no o manifestare un bisogno.

Quello potrebbe essere un dettaglio interessante da osservare.

Non una diagnosi.

Un’informazione.

Quando usare questo attrezzo

La domanda “Che cosa sto riparando?” può essere utile nelle situazioni più normali della giornata: prima di una telefonata, in un messaggio, quando chiediamo un favore, prendiamo la parola, esprimiamo un’opinione diversa oppure chiediamo tempo e attenzione.

Se sappiamo cosa stiamo riparando, probabilmente la scusa ha una funzione precisa.

Se invece non riusciamo a trovare una risposta, possiamo provare semplicemente a formulare la frase senza “scusa” e chiederci:

rimane rispettosa?

Molto spesso sì.

E questo è tutto l’esercizio.

Quando una domanda non basta

Chiedere spesso scusa non significa automaticamente avere un problema psicologico.

Ma se ci accorgiamo che dietro c’è una paura intensa di disturbare, essere rifiutati, esprimere bisogni o contraddire qualcuno; oppure se viviamo una relazione nella quale sentiamo di dover continuamente chiedere permesso, evitare reazioni o camminare sulle uova, una sostituzione linguistica non risolve il problema.

In questi casi può essere utile parlarne con un professionista qualificato.

Cambiare “scusa se disturbo” in “hai un momento?” può essere un piccolo allenamento di consapevolezza.

Non deve diventare una terapia fai-da-te.

Il punto di Fabio

Io terrei stretta una distinzione molto semplice.

Chiedere scusa quando abbiamo sbagliato non ci rende più piccoli.

Anzi. Riconoscere un errore senza cercare immediatamente una giustificazione richiede responsabilità.

Ma non tutto ciò che facciamo richiede una scusa.

Fare una domanda non è un torto. Avere un’opinione non è un torto. Chiedere attenzione non è automaticamente un’invasione. Avere un bisogno non significa pretendere che gli altri debbano soddisfarlo.

Possiamo imparare a esprimerci rispettando contemporaneamente due spazi: quello dell’altra persona e il nostro.

Forse è proprio questa la differenza.

Non smettere di chiedere scusa.

Smettere di farlo senza sapere perché.

Dalla Cassetta degli attrezzi

Questa volta nella Cassetta mettiamo una sola domanda:

Che cosa sto riparando?

La prossima volta che senti arrivare automaticamente uno “scusa”, prova a fermarti lì.

Se hai fatto qualcosa che richiede responsabilità, chiedi scusa. E fallo bene.

Se invece stai semplicemente chiedendo, parlando, proponendo o esprimendo un bisogno, prova a costruire la frase senza chiedere perdono.

Non dobbiamo eliminare una parola dal vocabolario.

Dobbiamo solo restituirle il suo peso.

E magari scopriremo che si può essere gentili, rispettosi ed educati anche senza iniziare ogni frase con:

“Scusa se esisto…”

Ti capita di chiedere scusa anche quando non hai fatto nulla di sbagliato?

A volte basta accorgersi di una piccola abitudine linguistica per iniziare a comunicare in modo più diretto, senza perdere gentilezza e rispetto.

Se vuoi raccontarmi una situazione in cui ti capita spesso di fare un passo indietro prima ancora di parlare, scrivimi: ne parliamo insieme.

Fonti e approfondimenti

Schumann K.
The Psychology of Offering an Apology: Understanding the Barriers to Apologizing and How to Overcome Them.
Current Directions in Psychological Science.
DOI: https://doi.org/10.1177/0963721417741709

Lewis T, Parra GR, Cohen R.
Apologies in Close Relationships: A Review of Theory and Research.
Journal of Family Theory & Review.
DOI: https://doi.org/10.1111/jftr.12060

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