“Sei forte.” “Tu ce la fai sempre.” “Ne hai superate tante, supererai anche questa.” Sono frasi che spesso nascono dall’affetto. Qualcuno ci guarda, ricorda quello che abbiamo affrontato e prova a restituirci fiducia.
Non c’è niente di sbagliato in questo. In certi momenti sentirsi ricordare che abbiamo già attraversato situazioni difficili può essere davvero incoraggiante.
Ma c’è anche un’altra possibilità, più silenziosa. Se per anni siamo stati quelli che reggono, aiutano, risolvono e raramente chiedono qualcosa, quella stessa immagine può iniziare a pesare. Non perché gli altri vogliano metterci pressione, ma perché potremmo cominciare noi stessi a pensare di dover essere sempre all’altezza di quel ruolo.
Ed è proprio qui che entra l’attrezzo di oggi.
Il problema non è essere forti
Essere capaci di affrontare le difficoltà, assumersi responsabilità e non arrendersi al primo ostacolo è una risorsa. L’autonomia è importante e imparare a cavarsela può darci sicurezza.
Il punto quindi non è diventare meno forti o iniziare a considerarci fragili. Il problema nasce quando trasformiamo la forza in un obbligo permanente: devo stare bene, devo farcela da solo, non posso pesare sugli altri, non posso mostrare che questa volta sono stanco.
A quel punto non stiamo più soltanto affrontando una difficoltà. Stiamo anche cercando di mantenere un’immagine.
L’attrezzo: sto bene o sto mantenendo il ruolo?
Questa volta nella Cassetta mettiamo una sola domanda:
Sto davvero bene o sto mantenendo il ruolo di quello forte?
Non serve rispondere con un’analisi psicologica di mezz’ora. Serve soltanto interrompere per un momento l’automatismo e capire da dove stiamo agendo.
Sto dicendo “va tutto bene” perché è davvero così oppure perché non voglio preoccupare nessuno? Sto facendo tutto da solo perché posso e preferisco farlo oppure perché chiedere una mano mi fa sentire improvvisamente meno capace?
La domanda non deve dirci cosa fare. Deve aiutarci a capire se stiamo ascoltando davvero come stiamo oppure se stiamo difendendo un ruolo.
“Sto bene” può diventare una risposta automatica
Qualcuno ci chiede: “Come stai?” e parte immediatamente: “Bene, bene.” Magari poche ore prima ci siamo detti che siamo esausti, abbiamo dormito male per giorni oppure sentiamo semplicemente di aver bisogno di rallentare.
Non significa che dobbiamo raccontare i nostri problemi a chiunque ci saluti al supermercato. 😄 Possiamo scegliere cosa condividere e con chi.
Ma c’è una differenza tra proteggere la nostra privacy e convincere anche noi stessi che non possiamo mai dire: “È un periodo un po’ pesante.”
A volte la persona a cui stiamo evitando di ammettere la stanchezza siamo proprio noi.
“Me la sono sempre cavata” può diventare una trappola
C’è una frase che sembra molto forte: “Me la sono sempre cavata da solo.”
Può essere vera. Può raccontare una storia di autonomia, esperienza e capacità. Ma il fatto che siamo riusciti a fare qualcosa da soli in passato non significa necessariamente che dobbiamo continuare a farlo sempre nello stesso modo.
La ricerca sulla richiesta di aiuto suggerisce che una forte preferenza per l’autosufficienza può, in alcune persone e situazioni, diventare una barriera all’utilizzo del supporto disponibile.
Questo non significa che essere autonomi sia negativo. Significa semplicemente che autonomia e capacità di ricevere aiuto non sono necessariamente opposti.
Possiamo saperci arrangiare e contemporaneamente accettare una mano quando serve.
Anche chi sostiene gli altri può avere bisogno di appoggiarsi
In molte famiglie, gruppi di amici o ambienti di lavoro esiste quella persona che tutti chiamano quando c’è un problema. Quella pratica, quella razionale, quella che non perde la testa.
È bello essere una presenza affidabile. Ma un ruolo ripetuto nel tempo può diventare così familiare che rischiamo di continuare a svolgerlo anche quando le energie sono finite.
La ricerca sulle identità legate ai ruoli suggerisce che il modo in cui ci definiamo può influenzare anche la disponibilità a cercare aiuto. Non è una regola universale, ma il principio è interessante: a volte il ruolo che sappiamo interpretare meglio può rendere più difficile passare dall’altra parte e diventare noi quelli che ricevono supporto.
Non dobbiamo smettere di essere affidabili.
Possiamo semplicemente ricordarci che anche una persona affidabile ha una batteria.
Fermarsi non significa arrendersi
Possiamo fermarci perché siamo stanchi senza aver rinunciato. Possiamo ridurre per qualche giorno il ritmo senza aver perso disciplina. Possiamo dire “oggi non ce la faccio” senza trasformare una giornata difficile in un giudizio sulla nostra intera persona.
La forza non si misura soltanto da quanto riusciamo a sopportare. A volte si vede anche nella capacità di riconoscere quando continuare nello stesso modo non è più la scelta migliore.
Qui il punto è diverso da quello dell’articolo Essere forti senza diventare rigidi: lì parliamo di cambiare strategia senza perdere l’obiettivo. Qui stiamo verificando se, prima ancora di decidere cosa fare, ci stiamo concedendo di ascoltare come stiamo davvero.
Sono due passaggi diversi.
Chiedere una mano non cancella quello che sappiamo fare
Immaginiamo una situazione molto normale. Abbiamo una settimana piena, qualcuno ci offre una mano e la prima risposta è: “No, tranquillo, faccio io.”
Perché?
Magari sappiamo davvero gestirla e preferiamo così. Nessun problema. Ma magari siamo già stanchi e stiamo rifiutando soltanto perché accettare quell’aiuto ci sembra incompatibile con l’idea che abbiamo di noi.
È proprio lì che possiamo utilizzare la domanda:
Sto davvero bene o sto mantenendo il ruolo di quello forte?
Se la risposta è la seconda, non significa automaticamente che dobbiamo accettare l’aiuto. Abbiamo soltanto ottenuto un’informazione in più prima di scegliere.
Ed è esattamente quello che deve fare un buon attrezzo.
Il complimento non è il problema
Se qualcuno ci dice “sei forte”, non dobbiamo pensare che ci stia caricando sulle spalle un nuovo problema. 😄
Molto spesso significa semplicemente: “Credo in te”, “Ti conosco”, “Ho visto quello che sei stato capace di affrontare”, “Non penso che questa difficoltà ti definisca”.
Sono messaggi preziosi.
Il problema nasce soltanto se quella frase diventa dentro di noi: “Quindi non posso più avere un momento in cui non reggo.”
Quella conclusione non era necessariamente contenuta nel complimento. Potremmo avercela aggiunta noi.
Autonomia non significa fare sempre tutto da soli
Con l’età spesso diventiamo giustamente orgogliosi della nostra autonomia. Sappiamo gestire la nostra vita, prendere decisioni, risolvere problemi e non vogliamo dipendere inutilmente dagli altri.
Ma autonomia e isolamento non sono la stessa cosa.
Ricerche sugli adulti più anziani hanno osservato che il desiderio di mantenere un’immagine indipendente e autosufficiente può, in alcuni casi, rendere più difficile accettare assistenza anche quando sarebbe utile.
Al tempo stesso, ricevere un aiuto adeguato può essere proprio ciò che permette di continuare a essere autonomi più a lungo.
È un paradosso interessante: a volte ci appoggiamo non perché abbiamo rinunciato alla nostra autonomia, ma per proteggerla.
Quando usare questo attrezzo
La domanda può essere utile nei momenti in cui sentiamo comparire quel piccolo “devo”: devo farcela, non devo preoccupare nessuno, devo essere io quello lucido, non posso fermarmi proprio adesso, non posso chiedere aiuto per una cosa del genere.
Non dobbiamo combattere questi pensieri.
Possiamo semplicemente aggiungere:
Sto davvero bene o sto mantenendo il ruolo di quello forte?
Poi ascoltiamo la risposta. Magari scopriamo che stiamo bene davvero e continuiamo. Magari ci serve una serata tranquilla, una telefonata oppure qualcuno che ci dia una mano.
L’attrezzo finisce qui.
Quando questa domanda non basta
Ci sono periodi di stanchezza e momenti in cui abbiamo semplicemente bisogno di appoggiarci un po’ di più agli altri. Fanno parte della vita e non dobbiamo trasformarli automaticamente in qualcosa di patologico.
Ma se fatica, tristezza, ansia o sensazione di dover reggere tutto diventano intense, persistenti oppure iniziano a compromettere seriamente sonno, relazioni, lavoro o vita quotidiana, una domanda della Cassetta non è uno strumento sufficiente.
In quel caso può essere importante parlarne con un professionista qualificato. Un attrezzo quotidiano può aiutarci ad accorgerci di qualcosa, ma non deve sostituire il supporto appropriato quando ne abbiamo bisogno.
Il punto di Fabio
Ci sono persone alle quali diciamo “sei forte” perché le abbiamo viste affrontare cose che forse noi non sapremmo affrontare nello stesso modo.
Io continuerei a dirglielo.
Ma aggiungerei mentalmente una frase:
Essere forti non significa essere inesauribili.
Possiamo essere persone autonome e avere bisogno di una mano. Possiamo aver superato molto e trovare comunque difficile quello che stiamo vivendo oggi. Possiamo essere quelli che normalmente sostengono gli altri e, qualche volta, avere bisogno che qualcuno sostenga noi.
Non vedo nessuna contraddizione.
La forza non dovrebbe diventare una divisa che dobbiamo indossare anche quando avremmo soltanto voglia di toglierla per qualche ora.
Dalla Cassetta degli attrezzi
Questa volta non dobbiamo imparare una tecnica. Dobbiamo ricordare una domanda:
Sto davvero bene o sto mantenendo il ruolo di quello forte?
Usiamola quando sentiamo che dobbiamo reggere per forza. Non per convincerci che siamo fragili e non per scaricare sugli altri ogni difficoltà.
Soltanto per verificare se stiamo ascoltando davvero come stiamo oppure se stiamo recitando bene un ruolo che conosciamo da molto tempo.
Se stiamo bene, continuiamo. Se siamo stanchi, possiamo riconoscerlo. Se ci serve una mano, possiamo valutarla.
Perché forse la forza più utile non è quella che ci obbliga a resistere sempre.
È quella che ci permette di capire quando possiamo continuare da soli e quando non abbiamo niente da dimostrare facendolo.
Ti capita di sentire che devi essere sempre quello forte?
A volte non serve cambiare tutto. Può bastare riconoscere quando stiamo davvero bene e quando, invece, stiamo cercando di mantenere un ruolo che ci siamo portati addosso per molto tempo.
Se vuoi raccontarmi una situazione in cui senti di dover reggere sempre, scrivimi: ne parliamo insieme.
Fonti e approfondimenti
La letteratura utilizzata per questo articolo riguarda soprattutto il rapporto tra autosufficienza, identità di ruolo e richiesta di aiuto. Non esiste una categoria psicologica chiamata “persona forte” e questi studi non devono essere interpretati come una diagnosi.
Studio su indipendenza, autosufficienza e disponibilità ad accettare assistenza negli adulti anziani.
Age and Ageing
Studio sull’identità legata al ruolo e comportamento di richiesta di aiuto in una popolazione specifica.
PubMed PMID: 17352584
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/17352584/
Trasformiamo le informazioni in un primo passo concreto.
Ogni persona parte da una situazione diversa. Se vuoi, possiamo capire insieme quale abitudine merita attenzione per prima.
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