Una seconda strada dopo i 50: costruire qualcosa di tuo senza mollare tutto
Quando pensiamo a un cambiamento professionale, spesso immaginiamo due possibilità opposte: da una parte restare esattamente dove siamo, dall’altra lasciare tutto, chiudere una porta e cominciare una vita completamente diversa.
Ma tra questi due estremi esiste uno spazio enorme. Ed è proprio lì che può nascere una seconda strada: non necessariamente un nuovo lavoro da sostituire domani a quello attuale, non una fuga e nemmeno una promessa di indipendenza economica.
Più semplicemente, qualcosa che iniziamo a costruire accanto a ciò che già abbiamo e che, nel tempo, potrebbe aumentare le possibilità tra cui possiamo scegliere.
A volte non cerchiamo un altro lavoro. Cerchiamo più margine
Possiamo avere un lavoro stabile e contemporaneamente desiderare qualcosa in più. Non necessariamente più denaro: magari più possibilità di decidere come usare una parte del nostro tempo, imparare competenze nuove, costruire qualcosa che sentiamo maggiormente nostro oppure evitare che tutta la nostra sicurezza dipenda da un’unica strada professionale.
Stabilità e autonomia non sono esattamente la stessa cosa. Uno stipendio regolare può darci sicurezza, ed è una cosa importante. Ma il margine di scelta riguarda anche quante alternative abbiamo se un giorno le condizioni cambiano oppure se semplicemente decidiamo che vogliamo qualcosa di diverso.
Mollare tutto non è automaticamente coraggio
La narrativa del cambiamento ama molto le storie drastiche: “Ho lasciato il posto fisso e ho seguito il mio sogno.” Qualche volta funziona, qualche volta no.
E soprattutto non tutti hanno le stesse responsabilità, risparmi, competenze, età, famiglia o tolleranza al rischio. Per questo non considero più coraggioso chi lascia tutto rispetto a chi decide di costruire lentamente.
A volte la scelta più responsabile è proprio non fare un salto nel vuoto. Mantenere ciò che oggi ci sostiene mentre testiamo qualcosa di nuovo può permetterci di imparare con meno pressione e prendere decisioni successive sulla base di fatti, non soltanto entusiasmo.
Che cosa significa costruire una seconda attività
Non significa necessariamente lavorare altre quattro ore ogni sera finché non crolliamo sul divano. Potrebbe significare dedicare alcune ore alla settimana a un progetto preciso: una consulenza basata su competenze che possediamo già, un piccolo servizio, una formazione che potrebbe aprire possibilità nuove, un’attività digitale o una microattività commerciale.
Oppure uno dei modelli di vendita diretta o network marketing disponibili sul mercato. Sono strade molto diverse tra loro, ma il punto comune è un altro: iniziare in modo abbastanza piccolo da poter osservare cosa succede prima di affidare al progetto un peso che ancora non può sostenere.
Partire con poche ore può essere un vantaggio
Quando abbiamo poco tempo siamo obbligati a scegliere meglio. Qual è la cosa che devo imparare per prima? Chi è davvero il mio cliente? Quello che sto facendo interessa a qualcuno? Sono disposto a continuare questa attività anche quando passa l’entusiasmo iniziale?
Se dedichiamo cinque o sei ore alla settimana a un progetto e dopo qualche mese scopriamo che non ci interessa, abbiamo imparato qualcosa con un rischio relativamente limitato. Se invece scopriamo che ci piace, che miglioriamo e che esiste una risposta reale da parte delle persone, possiamo decidere se aumentare gradualmente l’impegno.
Prima si testa. Poi, eventualmente, si aumenta il peso.
Dopo i 50 non partiamo necessariamente da zero
Questa è una delle cose che rischiamo di dimenticare. Abbiamo già lavorato, risolto problemi, avuto clienti, colleghi, responsabilità, errori e risultati.
Abbiamo imparato a parlare con persone diverse, rispettare scadenze, organizzare il tempo e capire più rapidamente quando qualcosa non funziona. È il nostro capitale personale, e spesso vale molto più dell’idea di dover imparare tutto da capo.
Una seconda attività può partire proprio da qui: quali capacità che oggi considero normali potrebbero avere valore anche in un contesto diverso?
Ma qualche cosa nuova dovremo impararla
Esperienza non significa essere già preparati a tutto. Possiamo avere trent’anni di competenza professionale e non sapere nulla di marketing digitale, conoscere perfettamente un settore e non aver mai dovuto trovare personalmente un cliente, oppure essere bravissimi nel rapporto umano e non sapere come organizzare una semplice presenza online.
Non è un problema. Una seconda strada è anche un laboratorio nel quale impariamo competenze che forse nella nostra attività principale non ci erano mai servite.
Ed è uno dei motivi per cui la gradualità ha senso: ci permette di imparare mentre il vecchio ponte è ancora in piedi.
Prima di affidargli il futuro, vediamo se regge il presente
Un progetto nuovo può essere entusiasmante proprio perché è nuovo, ma entusiasmo e sostenibilità non sono la stessa cosa.
Prima di costruire aspettative economiche importanti possiamo osservare segnali molto più semplici: mi piace davvero questa attività? Sto imparando? Sono disposto a farla con continuità? Esiste qualcuno disposto a pagare per ciò che offro? I costi sono sostenibili? Il modello è trasparente?
Non servono risposte perfette. Servono informazioni reali.
Una seconda entrata è una possibilità, non una promessa
Costruire una seconda attività non significa automaticamente costruire una seconda entrata significativa. Può succedere, ma può anche non succedere.
Ogni attività richiede tempo, competenze, mercato, continuità e spesso investimenti. I risultati possono essere molto diversi da persona a persona.
Per questo eviterei di partire dalla domanda “Quanto posso guadagnare?”. Partirei prima da: “Che cosa devo imparare e verificare per capire se questa attività può avere un futuro?”
Esistono molte forme di seconda attività
Non c’è un modello giusto per tutti. Chi possiede una competenza tecnica potrebbe offrire consulenze occasionali, chi ha esperienza pratica potrebbe costruire un piccolo servizio, qualcuno può insegnare ciò che conosce, altri possono sviluppare un’attività digitale o commerciale.
E qualcuno può valutare un modello di vendita diretta o network marketing. Non serve scegliere quello che va di moda.
Serve capire quale modello è compatibile con le nostre capacità, il tempo disponibile, il rischio che possiamo sostenere e il tipo di lavoro che siamo realmente disposti a fare.
Dove può entrare il network marketing
Il network marketing può essere una delle opzioni da valutare quando si cerca un’attività che possa iniziare gradualmente e appoggiarsi a una struttura aziendale già esistente.
In molti modelli non dobbiamo creare da zero un prodotto, una logistica, un marchio o un sistema amministrativo completo. Possiamo invece concentrarci sul rapporto con i clienti, sulla vendita, sulla costruzione di competenze comunicative e sull’organizzazione della nostra attività.
Questo può renderlo, in alcuni casi, più accessibile rispetto all’apertura di un’attività tradizionale. Ma la parola importante è valutare.
In molti modelli di network marketing l’investimento iniziale può essere molto inferiore rispetto all’apertura di un’attività tradizionale, ma costi, condizioni e spese operative variano da azienda ad azienda. Non esiste quindi una regola secondo cui il network marketing sarebbe un’attività “a costo zero”.
Prima di aderire è importante capire con chiarezza come vengono generati i compensi, quali sono i costi reali e quali obblighi vengono richiesti.
Non confondiamo l’accessibilità con la facilità
Questa distinzione vale per il network marketing e per qualunque altra seconda attività.
Un’attività può essere semplice da iniziare, ma non significa che sia facile farla funzionare. Se richiede vendita, dovremo imparare a vendere. Se richiede relazione, dovremo imparare ad ascoltare e seguire le persone. Se richiede organizzazione, dovremo diventare più organizzati.
Il fatto che la porta d’ingresso sia accessibile non elimina il lavoro che viene dopo. Ed è meglio saperlo prima.
La mia esperienza personale
Nel mio percorso professionale ho conosciuto anche il network marketing e la vendita diretta. Non lo considero una formula magica e non penso che sia adatto a tutti.
Quello che ho trovato interessante è stata la possibilità di costruire gradualmente competenze che andavano oltre il semplice prodotto: comunicazione, relazione con le persone, organizzazione, formazione, continuità.
Nel mio caso quella strada è diventata una parte importante della mia attività professionale. Ma questa è la mia esperienza, non una previsione su ciò che potrebbe accadere a qualcun altro.
Costruire una seconda strada significa anche imparare a misurarla
Possiamo essere appassionati di un progetto e contemporaneamente guardarne i numeri.
Quanto tempo gli stiamo dedicando? Quali costi stiamo sostenendo? Che risultati concreti sta producendo? Quante persone sono realmente interessate? Che cosa sta migliorando e che cosa invece continua a non funzionare?
Tenere traccia di queste cose non rende un progetto meno appassionante. Lo rende più adulto.
Quando una seconda strada non è la scelta giusta
Non tutti devono avere una seconda attività.
Se il lavoro principale ci soddisfa, il nostro equilibrio economico è buono e preferiamo utilizzare il tempo libero per famiglia, amici, sport o semplicemente riposo, non c’è nulla da correggere.
E se siamo già sovraccarichi, aggiungere un progetto potrebbe diminuire la nostra libertà invece di aumentarla.
La domanda quindi non è: “Dovrei avere una seconda attività?” È: “Aumenterebbe davvero le mie possibilità oppure aggiungerebbe soltanto altro peso?”
Il punto di Fabio
Dopo i 50 non credo molto alle rivoluzioni obbligatorie. Credo di più nella possibilità di costruire.
Un’ora, una competenza, una conversazione, un piccolo cliente, un’esperienza nuova. E poi vedere cosa succede.
Una seconda strada non deve necessariamente sostituire la prima. Potrebbe rimanere un’attività parallela, potrebbe crescere, potrebbe farci scoprire qualcosa che non avevamo previsto oppure potremmo decidere che non fa per noi.
Ma se la costruiamo con gradualità e responsabilità, ci regala comunque qualcosa di importante: più informazioni e più possibilità di scelta.
Non sempre serve cambiare tutto
Questa per me è la sintesi.
Possiamo rispettare la stabilità che abbiamo costruito e contemporaneamente prepararci possibilità nuove. Non dobbiamo dimostrare coraggio lasciando qualcosa prima che ciò che stiamo costruendo abbia dimostrato di funzionare.
Possiamo imparare, testare, misurare, correggere e decidere più avanti.
L’indipendenza non comincia necessariamente con le dimissioni. A volte comincia con una seconda strada.
Ma forse userei ancora più volentieri un’altra frase:
Non sempre serve cambiare tutto. A volte basta iniziare a costruire qualcosa che aumenti, poco alla volta, le possibilità di scelta che avremo domani.
Stai pensando di costruire una seconda strada professionale?
Non serve decidere subito di cambiare tutto. A volte il primo passo può essere semplicemente capire quali competenze hai già, quanto tempo puoi dedicare e quale modello potrebbe essere compatibile con la tua situazione.
Se vuoi confrontarti con me su come valutare una seconda attività con gradualità e senza promesse facili, scrivimi: ne parliamo insieme.
Fonti e approfondimenti
Per la parte relativa alla vendita diretta e al network marketing, questo articolo utilizza riferimenti normativi e istituzionali. Non vengono presentate promesse di reddito né risultati economici attesi.
1. Legge 17 agosto 2005, n. 173
Disciplina della vendita diretta a domicilio e tutela del consumatore dalle forme di vendita piramidali.
Gazzetta Ufficiale
2. Federal Trade Commission — Business Guidance Concerning Multi-Level Marketing.
Federal Trade Commission
Trasformiamo le informazioni in un primo passo concreto.
Ogni persona parte da una situazione diversa. Se vuoi, possiamo capire insieme quale abitudine merita attenzione per prima.
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